I miei Articoli

Labirinto

L’aveva detto che lì non ci voleva andare. L’aveva gridato, perfino. Sbattendo i pugni, addirittura. E invece si era ritrovata proprio lì. Si era lasciata condurre.
Non c’era stata una grande consapevolezza in quel viaggio. O forse sì e aveva lasciato fare. Non aveva più troppa importanza.
Quel che sentiva adesso però, era rabbia. Verso se stessa per essersi lasciata trascinare, verso di lui per non essersi fermato prima, per non aver cambiato strada.
Lei lì non ci voleva proprio stare. Non le piaceva nulla di quel luogo. Non riconosceva i colori, gli odori, nemmeno le parole. Parevano quelle di una lingua straniera.
Avrebbe voluto tornare indietro, ma aveva perso il senso dell’orientamento. Ogni strada pareva un vicolo cieco. Un labirinto in cui trovava solo se stessa. E nessun altro.

Zia Emilia

Da piccola trascorrevo molti pomeriggi con la Zia Emilia. Non so perché mi avessero insegnato a chiamarla Zia; che io ricordi, non era parente di nessun membro della nostra sfilacciata famiglia. O forse ricordo male, ma quelli a cui potrei chiedere non ci sono più o non sono più in grado di ricordare.

Era una signora dal viso scavato, l’acconciatura cotonata e occhiali enormi, le lenti come televisori, che, per un bizzarro gioco di deformazioni, rendevano i suoi occhi piccolissimi.

Era sposata con lo Zio Libero, anche lui omaggiato del titolo parentale, rendendo così ancor più difficile ricostruire chi dei due avesse un qualche flebile legame di sangue con il gruppo familiare. Di lui ricordo degli incredibili pantaloni a zampa beige e il vezzo continuo di tirar fuori dal taschino un piccolo pettine con cui si sistemava in continuazione i corti capelli neri, tirandoli tutti all’indietro. A ripensarci ora, è probabile che li tingesse perché nella mia memoria gli Zii erano anziani e di certo quella chioma corvina non poteva essere naturale. O forse, gli Zii non erano così vecchi, ero io ad essere una bambina.

Si mormorava che la Zia Emilia non avesse potuto avere figli a causa di una operazione. Una una spiegazione così sommaria data ad una me di 10 anni aveva alimentato le mie fantasie più inquietanti. Mi immaginavo che avesse un buco al posto della pancia, un grande vuoto in cui nessun bimbo avrebbe potuto crescere e che la costringeva a non andare mai al mare per non far vedere a tutti questa terribile voragine. E in effetti, al mare, non mi ci hanno mai portata.

I pomeriggi trascorsi assieme erano sempre caldi, bollenti, desertici. Quelli in cui la città si svuota per le vacanze e mia madre si rintanava in casa, ammalata dal sole e dalla sola idea dell’esposizione allo iodio dell’aria di mare, che, mi spiegava, era veleno per i suoi nervi fragili. Oppressa dai sensi di colpa per costringermi ad estati da carcerata, mi affidava alle cure degli Zii per qualche ora di svago. La versione ufficiale era, però, diversa: bisognava accontentare la Zia Emilia, appagarla per qualche ora con la presenza di un bambino che lei accudiva con quella gioia e quell’entusiasmo che non aveva potuto regalare ad un figlio suo, avendo questo buco nella pancia. Mi sentivo come un lecca lecca per adulti. Bave di affetto non richiesto mi avvolgevano in quell’afa irrespirabile, rendendola ancora più vischiosa.

A volte, mi portavano in Carso, a Pesek, in una Gostilna a pochi metri dal confine. I tavoli di legno erano all’ombra di un bel pergolato che regalava ombra e frescura, bevevo un’aranciata e, mentre gli Zii chiacchieravano, davo la caccia alle formiche.

Altre volte invece, si restava in città e mi portavano in visita a casa di una loro amica che abitava vicino al Giardino Pubblico, la signora Bruna. Brunetto era il figlio della signora Bruna, un ragazzetto poco più grande di me, 12 anni o giù di lì. Non mi erano del tutto chiari nemmeno alcuni aspetti di questa parentela: come mai la mamma ed il figlio avevano lo stesso cognome? Come mai la mamma era vecchia come gli Zii e Brunetto andava appena in seconda media? Erano dubbi che tormentavano la mia ingenuità di bambina. Non riuscivo a trovare nessuna spiegazione che avesse un senso, finché un giorno la Zia Emilia, che, evidentemente, non riusciva un granché bene a conservare i segreti delle famiglie altrui come faceva invece con i suoi, mi rivelò in modo pomposo e sussiegoso che, in realtà, la Bruna era la nonna di Brunetto, madre di suo padre, che era venuto a mancare, mentre la vera mamma, dopo la morte del marito, aveva deciso di dimenticare il suo passato scegliendo un nuovo compagno, una nuova vita e, forse, un nuovo figlio. Questa storia, specificò, non doveva per nessun motivo essere rivelata al povero Brunetto che aveva già patito la perdita del papà e non avrebbe potuto sopportare anche la perdita della mamma.

Ebbene, questa vicenda mi offrì l’opportunità di dimostrarmi crudele. Quando venni portata di nuovo nella casa vicino al Giardino Pubblico, la prima cosa che feci quando rimasi da sola a giocare con Brunetto nella sua stanza affacciata sugli alberi, fu di uscirmene con la verità: “Brunetto, ma tu lo sai che quella è tua nonna??”. Del poi ricordo solo che lui corse dalla sua nonna e che io, subito dopo, venni portata via e non tornai mai più.

Nessuno parlò mai più di quell’episodio.

A me, di tanto in tanto, capita di ripensarci.

Non sono mai riuscita a spiegarmi perché lo feci.

Forse volevo solamente sperimentare la cattiveria.

Alle medie avevo una professoressa che indossava le auto reggenti, quando incrociava le gambe si scorgeva il pizzo nero dell’elastico. Sconvolta chiesi a mia madre perché si vestisse così per venire al lavoro, dopotutto era una professoressa in una scuola femminile! Mia madre, col tono che usa sempre quando pensa di parlare di ovvietà, affermò che le donne non si vestono bene solo per piacere agli uomini, ma anche per piacere a se stesse.

Le donne non sono proprietà di nessuno

Quanti anni ci vogliono per cambiare la mentalità di un popolo?

In Italia Fino al 1963 tuo marito poteva picchiarti quando e come voleva. Della tua vita non importava a nessuno.

Fino al 1968 se tradivi tuo marito finivi in galera. Dei tuoi sentimenti non importava a nessuno.

Fino al 1975 tuo marito esercitava la sua potestà su di te. Sceglieva al posto tuo. Dei tuoi desideri non importava a nessuno.

Fino al 1981 era in vigore il delitto d’onore. Se tuo marito era arrabbiato con te, poteva ucciderti rischiando solo tre anni di carcere. Se lo avessi ucciso tu, in galera ci saresti rimasta per sempre. Della tua esistenza non importava a nessuno.

Fino al 1996 la violenza sessuale era considerata un reato contro la morale e non contro la persona. Della tua dignità non importava a nessuno.

Senza parole

Lo scrutò facendogli scivolare addosso lo sguardo da sotto in su.

Lui aveva imparato che quel cipiglio equivaleva più o meno ad un: “che cazzo stai facendo?”.

Da qualche mese ormai lei andava avanti solo a occhiate e spallucce. Aveva smesso di parlare. Capitava che non avesse nemmeno voglia di ascoltare e allora si girava e con passi tranquilli cambiava stanza.

Semplicemente non parlava più. Annuiva, sorrideva, inclinava la testa ora a destra ora a sinistra, sollevava le spalle o faceva no con il dito, ma non una sillaba usciva più dalle sue labbra.

All’inizio lui aveva creduto che fosse una delle sue trovate per farlo innervosire. Una nuova crudele angheria, giusto per fargli dispetto. Ma dopo i primi tre giorni il silenzio si fece assordante. Iniziò a supplicarla di spiegargli che cosa stesse succedendo. Cercó di abbracciarla, di coccolarla, ma lai si scansava. Le chiese con le lacrime agli occhi di fargli capire qualcosa, poi si arrabbiò. Gli abbracci diventarono strattoni, le lacrime urla da sgolarsi, ma lei niente. Lo guardava di sbieco, completamente disinteressata ai suoi spettacoli.

Lui l’aveva portata sia da un otorino che da un neurologo per accertarsi che il problema non fosse di natura fisica. I medici l’avevano rassicurato. Tutto funzionava perfettamente: orecchie, cervello e corde vocali erano in perfetta salute. Sentiva benissimo e avrebbe potuto articolare tutte le note del pentagramma.

La diagnosi accrebbe in lui la frustrazione e la rabbia per questa assurda situazione. Non poteva più rifugiarsi nel pensiero che lei stesse male. Lei stava benissimo. Semplicemente non voleva più parlare.

La tormentava con domande, richieste, provocazioni; gliele ripeteva mille volte, gliele gridava nelle orecchie, ma lei restava impassibile.

Una sera, rincasando dall’ufficio, sentì fin dal pianerottolo una risata fragorosa. Gli si aprì il cuore, era lei, conosceva quel tintinnio cristallino con cui sorrideva al mondo. Era guarita!

In quel preciso istante, lei aprì la porta. Stava uscendo con una grossa borsa da viaggio. Lo scansò continuando a ridere. Aveva le lacrime agli occhi.

Lui la guardò allontanarsi. Spalancò con un calcio la porta rimasta socchiusa. Un grosso dito medio sulla parete d’ingresso dipinto con la vernice rossa gli avrebbe fatto compagnia fino all’arrivo dell’imbianchino.

La verità

Chi mi conosce sa quanto La Verità sia uno dei miei chiodi fissi.

Esiste una verità con le minuscole e La Verità con le maiuscole.

La verità non è un valore assoluto ed indispensabile. Non sempre. Ci mancherebbe. Ci sono milioni di sfumature della verità e tutte altrettanto degne di essere considerate vere. Filtriamo la verità attraverso la nostra esperienza, i valori della società in cui viviamo, i modelli che abbiamo assorbito da bambini e cambiando gli occhi che guardano, muta inevitabilmente il vero davanti allo sguardo.

Ma è altrettanto certo che a volte La Verità esiste ed è indispensabile lottare per farla riconoscere universalmente.

In alcuni casi, infatti, non c’è spazio per la mia visione contrapposta alla tua. Esiste solo ciò che è VERO. Oggettivamente vero. E nessuna lettura distorta da odio o amore, ignoranza, passione o rabbia, paura o vendetta potrà modificarne l’essenza.

Chi mi conosce sa anche che sono una persona che non crede in nulla. Non credo alle scie chimiche, agli angeli, tantomeno in dio. Non ho bisogno di credere per essere quello che sono.

E quello che sono oggi ha vinto.

Progetto arte sul soffitto

Prima Installazione

SCARPE

Variante #1

Soffitto interamente coperto da ogni tipo di scarpe maschili e femminili incollate dal lato della suola. Ballerine, sneakers, anfibi, ciabatte, pumps, mocassini. Tutti i colori.

Variante #2

Serpentina di scarpe gialle col tacco a spillo su soffitto nero.

Variante #3

Bolla di anfibi neri e verde militare sporchi di fango incollati su soffitto blu scuro.

Variante #4

Scarpe col tacco a spillo rosse di lacca incollate a formare una grossa croce all’angolo a destra su soffitto dorato.

Variante #5

Scarpetta danza classica da punta dorata. Installata su un perno appeso al soffitto che la fa roteare a ritmi diversi a seconda della musica. Soffitto in piastrelle bianche e nere quadrate, lato 10 cm. Luci stroboscopiche.

Bipbip

Mi sto affezionando al bipbip delle casse del supermercato sotto casa. Lo sento anche con le finestre chiuse.

Vita che scorre sopra la mia. Vita che continua, nonostante. Fame e sete da soddisfare.

Cene da preparare con amore per i bambini. Cene in fretta che tanto non ti interessa. Cene venute male perché non sai cucinare. Cene da scongelare perché non hai tempo. Cene da soli. Col bipbip delle casse in sottofondo.

#quasinano 

C’era una volta un uomo. Era molto basso. Non così basso da rientrare nella categoria dei nani, ma nemmeno alto a sufficienza per rientrare a pieno titolo nella categoria dei normalmente alti. Era davvero basso. Piccolo. Pure sgraziato. Tutto era disarmonico in lui. Sproporzionato. Le sue orecchie, ad esempio, erano enormi. Quasi che con l’udito potesse sopperire alla limitatezza dell’orizzonte del suo sguardo. E infatti ci sentiva benissimo. Il suo era un udito sopraffino, in grado di percepire i più lievi fruscii, le eco più distanti, i borbottii più soffocati. 
Aveva inoltre una passione ardente per la cultura militare. Era ossessionato in particolare dal secondo conflitto mondiale. Ne conosceva tutte le battaglie, i nomi dei generali, il numero di proiettili sparati, il contenuto dei dispacci segreti. Prima di addormentarsi recitava a memoria i nomi degli 8.500 membri delle SS naziste che prestarono servizio come aguzzini nel campo di Auschwitz.
Aveva cercato di arruolarsi. Era l’unica cosa che desiderasse davvero fare, ma i suoi limiti fisici non gli avevano consentito di superare i test di ammissione. 
Era incattivito e solo.

La vita, però, spesso riserva a questi personaggi alla deriva una precisa collocazione sfruttandone oltre alle peculiarità, la rabbia che accompagna la loro frustrazione.
Divenne un delatore per professione.
C’è sempre qualcuno disposto a pagare un mucchio di soldi pur di violare la vita altrui. Certo, all’epoca dei social network potrebbe sembrare demodè il ruolo del ficcanaso, ma è pur vero che un occhio e un’orecchia in più fanno sempre comodo. 
Trascorreva le sue giornate pedinando, nascondendosi, ascoltando con quelle orecchie enormi. Il padrone gli faceva sapere dove e chi doveva spiare. E poi, a casa, alla sera, trascriveva i dialoghi a cui aveva assistito. Non sempre ricordava tutto; a volte colmava le lacune della memoria con la fantasia, ma non gli pareva di fare alcunché di male. A lui sembravano solo storie prive di ogni interesse. 
Aveva dei quaderni neri a righe, tutti uguali. Li aveva numerati e datati. 

Quando erano pieni li consegnava al suo padrone, in un ufficio di vetro trasparente al decimo e ultimo piano di una palazzina anonima e recente. Non aveva un’idea precisa di come quelle informazioni venissero utilizzate, ma per ogni quaderno riceveva un bonifico di cinquemila euro. 
Capitava che qualche giorno dopo la consegna di un quaderno, leggesse sul giornale di suicidi improvvisi ed inaspettati o di licenziamenti in tronco proprio delle persone che aveva ricevuto incarico di spiare. 
Dopo circa un anno dall’inizio di questa bizzarra attività, il quasi nano dalle orecchie enormi fu trovato morto, il cadavere privo dei padiglioni auricolari.
A nessuno interessò indagare approfonditamente su questo misterioso decesso. 
I nani muoiono sempre soli.

I nani dei miei racconti muoiono sempre.

Anche i nani soli muoiono sempre nei miei racconti.

Ogni riferimento a persone realmente esistite o fatti realmente accaduti è puramente casuale. 

Oblio 

Se i nostri copri mostrassero le ferite dell’anima, saremmo ricoperti di piaghe.
Non potremmo più elargire i “tutto bene” di circostanza, perché il nostro dolore sarebbe lì, putrefatto davanti agli occhi di tutti.
Saremmo intollerabili a noi stessi: il nostro corpo piagato non permetterebbe alla nostra mente di dimenticare nemmeno per un secondo le pugnalate del cuore.
Saremmo intollerabili al prossimo: il nostro abisso costantemente sbattuto in faccia.
Non avremmo pace mai, né in solitudine nè in compagnia.
Nessun oblio ci sarebbe concesso. Mai.