Mamma

Non ci avevo pensato quando ho scelto di andare a prenderla. Pare il delirio di un pazzo, ma un cane c’è. Sempre.

Non ha mai le balle girate.

È SEMPRE felice di stare con te.

Non ho mai messo in conto quanto dolore ci sarebbe stato nel distacco. Mi accorgo con sgomento che soffro più per tabata rispetto a quello che ho provato per mia mamma… sembra una bestemmia paragonare una persona ad un animale… ne sono consapevole.

Nonostante io abbia avuto, quando era viva, la capacità di capire che prima di essere mia madre era una PERSONA, con tutto quello che ciò implica, nessuno in vita mia mi ha suscitato una simile rabbia.

Rabbia per quello che io mi aspettavo dall’archetipo MAMMA e che lei non è stata.

Costringendomi ad essere madre di mia madre.

Costringendomi ad essere madre di me stessa.

Senza capirne la ragione, che ho compreso solo in età estremamente adulta.

L’origine di tutti i miei problemi, ma anche la fonte della persona che sono ora e francamente non mi dispiaccio poi tanto.

E con altrettanto sgomento mi scopro amare visceralmente la stessa cosa che amava lei: le parole.

Forse più di ogni altra cosa amo le parole.

E lei aveva sempre il dizionario aperto.

Sempre.

Sul tavolo del soggiorno.

È così anche sul mio.

Vita e Amore

Vita. Vita è prepotente, non serve farle spazio, lo prende da sè. Non occorre aprirle la porta, la spalanca da sola. Vita è una valigia. A volte una zavorra inamovibile, a volte una sacca da mare con giusto le ciabatte e l’asciugamano per correre a fare il bagno. A volte la tua Vita se ne va dentro una valigia.

Amore invece è così fragile. Ha mille esigenze. Va coccolato, coltivato, nutrito, spolverato, alimentato, rispettato. Amore non grida le sue esigenze, ma richiede delicatamente attenzioni. Un attimo prima è lì, caldo e palpitante, un attimo dopo non me resta che il ricordo.

Vita viaggia bene anche da sola. Per Amore serve essere in due.

Vita e Amore possono percorrere la stessa strada, ma servono Neuroni e Cuore per non farli litigare. Vita corre e consuma, Amore ha bisogno di viaggiare piano e di riposare. Vita, altre volte, non ce la fa ad andare avanti e allora è Amore che delicatamente la prende sottobraccio.

Neuroni e Cuore cercano di spiegare a Vita e Amore che c’è spazio e tempo per entrambi. Vita, ogni tanto, deve trovare tempo per Amore e Amore, ogni tanto, deve lasciare che Vita vada più veloce. Vita, ogni tanto, deve lasciare che sia Amore a guidare e Amore, ogni tanto, deve lasciare che Vita prosegua da sola.

É un gioco di equilibri e, si sa, gli equilibrismi son giusto per i funamboli. Richiedono mestiere, costanza, impegno. E Neuroni e Cuore, invece, spesso si distraggono. Accade così che Vita prenda baldanzosa il sopravvento. Salta, balla, gira, tira, spinge. Il tempo passa e Vita non se rende conto, presa com’è nelle sue mille attività. E accade così che Amore muore.

Il giorno della marmotta

Lo hanno chiuso lì dentro da stamattina alle 8. Ci sono altre persone con lui, ha chiesto “cosa ci facciamo qui”, ma gli hanno risposto che quello che comanda oggi non c’è. Forse verrà domani, forse più avanti.

Gli hanno fatto togliere la giacca e la sciarpa e lo hanno fatto sedere. È qui ad aspettare. Ha fatto due passi su e giù per la stanza. Anche gli altri, di tanto in tanto, si alzano. Scambiano due parole, ma lui non li capisce sempre, crede parlino un’altra lingua, anche se a tratti simile alla sua.

A mezzogiorno suona una sirena che squarcia il brusio del corridoio; immagina indichi la distribuzione del pasto, infatti tutti si incamminano verso il locale mensa.

Poi, terminato il pranzo, tutti di nuovo seduti in questa stanza.

Il tempo scorre a piccoli passi.

Il sole inizia tramontare, c’è sempre meno luce, i visi dei suoi compagni sono sempre più simili a quelli di spettri pallidi, smunti, allucinati. Lo spaventa il pensiero che il suo volto possa avere la stessa espressione spenta e opaca.

No, non era in prigione. Ma doveva fare uno sforzo per ricordarsi che era in ufficio.

#fantasia #nessunriferimentoacoseluoghipersonerealmenteesistite #raccontoinventato

#quasinano

Labirinto

L’aveva detto che lì non ci voleva andare. L’aveva gridato, perfino. Sbattendo i pugni, addirittura. E invece si era ritrovata proprio lì. Si era lasciata condurre.
Non c’era stata una grande consapevolezza in quel viaggio. O forse sì e aveva lasciato fare. Non aveva più troppa importanza.
Quel che sentiva adesso però, era rabbia. Verso se stessa per essersi lasciata trascinare, verso di lui per non essersi fermato prima, per non aver cambiato strada.
Lei lì non ci voleva proprio stare. Non le piaceva nulla di quel luogo. Non riconosceva i colori, gli odori, nemmeno le parole. Parevano quelle di una lingua straniera.
Avrebbe voluto tornare indietro, ma aveva perso il senso dell’orientamento. Ogni strada pareva un vicolo cieco. Un labirinto in cui trovava solo se stessa. E nessun altro.

#quasinano 

C’era una volta un uomo. Era molto basso. Non così basso da rientrare nella categoria dei nani, ma nemmeno alto a sufficienza per rientrare a pieno titolo nella categoria dei normalmente alti. Era davvero basso. Piccolo. Pure sgraziato. Tutto era disarmonico in lui. Sproporzionato. Le sue orecchie, ad esempio, erano enormi. Quasi che con l’udito potesse sopperire alla limitatezza dell’orizzonte del suo sguardo. E infatti ci sentiva benissimo. Il suo era un udito sopraffino, in grado di percepire i più lievi fruscii, le eco più distanti, i borbottii più soffocati. 
Aveva inoltre una passione ardente per la cultura militare. Era ossessionato in particolare dal secondo conflitto mondiale. Ne conosceva tutte le battaglie, i nomi dei generali, il numero di proiettili sparati, il contenuto dei dispacci segreti. Prima di addormentarsi recitava a memoria i nomi degli 8.500 membri delle SS naziste che prestarono servizio come aguzzini nel campo di Auschwitz.
Aveva cercato di arruolarsi. Era l’unica cosa che desiderasse davvero fare, ma i suoi limiti fisici non gli avevano consentito di superare i test di ammissione. 
Era incattivito e solo.

La vita, però, spesso riserva a questi personaggi alla deriva una precisa collocazione sfruttandone oltre alle peculiarità, la rabbia che accompagna la loro frustrazione.
Divenne un delatore per professione.
C’è sempre qualcuno disposto a pagare un mucchio di soldi pur di violare la vita altrui. Certo, all’epoca dei social network potrebbe sembrare demodè il ruolo del ficcanaso, ma è pur vero che un occhio e un’orecchia in più fanno sempre comodo. 
Trascorreva le sue giornate pedinando, nascondendosi, ascoltando con quelle orecchie enormi. Il padrone gli faceva sapere dove e chi doveva spiare. E poi, a casa, alla sera, trascriveva i dialoghi a cui aveva assistito. Non sempre ricordava tutto; a volte colmava le lacune della memoria con la fantasia, ma non gli pareva di fare alcunché di male. A lui sembravano solo storie prive di ogni interesse. 
Aveva dei quaderni neri a righe, tutti uguali. Li aveva numerati e datati. 

Quando erano pieni li consegnava al suo padrone, in un ufficio di vetro trasparente al decimo e ultimo piano di una palazzina anonima e recente. Non aveva un’idea precisa di come quelle informazioni venissero utilizzate, ma per ogni quaderno riceveva un bonifico di cinquemila euro. 
Capitava che qualche giorno dopo la consegna di un quaderno, leggesse sul giornale di suicidi improvvisi ed inaspettati o di licenziamenti in tronco proprio delle persone che aveva ricevuto incarico di spiare. 
Dopo circa un anno dall’inizio di questa bizzarra attività, il quasi nano dalle orecchie enormi fu trovato morto, il cadavere privo dei padiglioni auricolari.
A nessuno interessò indagare approfonditamente su questo misterioso decesso. 
I nani muoiono sempre soli.

I nani dei miei racconti muoiono sempre.

Anche i nani soli muoiono sempre nei miei racconti.

Ogni riferimento a persone realmente esistite o fatti realmente accaduti è puramente casuale. 

La matematica dei bambini 

C’è una bambina che non trova più il suo giocattolo preferito (che da ora chiameremo GP).È Disperata (quelle Disperazioni che meritano la maiuscola, quelle di cui sono capaci solo i bambini).

Lo vuole subito il suo GP. 

Si tratta di un bastone che la trasforma in una guerriera combattiva e invincibile.

“Non trovo più GP”, dice alla mamma con una nota di angoscia nella voce.

Il tempo T che un bimbo dedica a  queste situazioni dovrebbe corrispondere all’Amore per GP elevato alla potenza della Disperazione. 

Se ne va, quindi, un paio di minuti nella sua stanza per cercarlo. 

Poi torna dalla mamma, chiedendo aiuto in un crescendo di Disperazione.

“Prova a guardare sotto al divano, GP ama nascondersi lì sotto!”.

La bambina sbuffa: “ Ci ho già guardato sotto al divano!”. 

La madre insiste: “Dai, prova a guadare meglio!”. 

La figlia scompare. 

Ritorna pochi secondi dopo con un sacchetto in mano. 

“Che c’è lì dentro?”, chiede la mamma.

“Ecco, mamma, qui ci sono dei soldini che ti darò quando avrai trovato il mio GP!!”. 

La bimba aveva già imparato che la D è più profittevole se anziché rappresentare la Disperazione, la si intende come Denaro e che il Denaro ha il potere di accorciare incredibilmente il fattore Tempo. 

La mamma offrì il Rifiuto come risultato. E la figlia capì che, innanzitutto, serve l’Impegno. 

Paura 

“Non sarà una notte di sesso a mandare a puttane la tua storia. Quel che la manda a puttane è il fatto che tu pensi che una notte di sesso mandi davvero a puttane la tua storia.”Continuò a rigirare lentamente il whisky dentro al bicchiere.

“Molto probabilmente, quando capiterà che la tua donna scopi con un altro tu non lo saprai mai”, proseguì imperterrito.

Non ero così certo di voler ascoltare quel discorso, ma lui non aveva finito. Aveva giusto raccolto le idee tra un sorso di whisky e l’altro. “Probabilmente sarai al bar a fare il cazzone con gli amici, lamentandoti di quanto lei sia una enorme rompicoglioni. E nel frattempo lei, che invece i coglioni non ha proprio voglia di romperseli, se la starà spassando alla grande”.

Ci mancò poco che mi soffocassi con il mio drink.

Non potei evitare di chiedermi cosa stesse facendo lei in quel preciso istante. La possibilità che razzolasse tra le lenzuola assieme ad un altro mi mandava il sangue al cervello.

Mi guardò come se potesse leggere nella mia mente e infatti, con un sorriso irriverente sulle labbra, mi disse:” Stai tranquillo”.

Non aggiunse altro, ma il fatto che avesse intuito esattamente il tenore dei miei pensieri mi fece incazzare e sentire in imbarazzo allo stesso tempo.

Aveva ragione. Ero un iracondo accecato dalla gelosia. Mi sentivo delle molle nelle gambe. Volevo saltare in piedi e precipitarmi a casa. Con l’unica motivazione di scoprire cosa lei stesse facendo.

Non riuscii a trattenermi. Posai il bicchiere sul tavolino e balzai letteralmente in piedi.

Gli ringhiai in faccia: “Sei davvero uno stronzo”.

Mi restituì un’occhiata senza speranza, allargò le braccia per farmi capire che non aveva nulla da aggiungere.

Sapevo che aveva centrato il bersaglio, ma le mie paure erano troppo profonde per essere sradicate da un discorso di buon senso.

Montai in macchina, ma a guidare non ero io. Mi lasciai condurre dall’ansia, dalla tachicardia, dalla rabbia. Non ricordo nemmeno di preciso dove lasciai l’auto. Ero già in ascensore, quando realizzai davvero che stavo salendo da lei. Usai il mio mazzo di chiavi per entrare. Un tamburo impazzito mi batteva nel petto.

Entrai guardingo, silenzioso, scivolai verso la camera da letto da cui proveniva una lama di luce. Lei era distesa a letto con il computer acceso. Probabilmente stava lavorando a uno dei suoi racconti. Rimasi immobile a guardarla. Era così bella. Trasalì non appena percepì la mia presenza e un sorriso felice come non capita spesso di vedere si allargò sul suo viso fino renderla angelica.

Finale amore:

“Vieni a sussurrarmi dentro al collo che sono una troia” mi intimò ridendo. Per una frazione di secondo restai di sasso. Poi le saltai addosso e iniziai baciarla dappertutto. Mi stava facendo sentire come se fossi il regalo più bello che avesse mai ricevuto.  Le mie paure si dissolsero. E capii che col cazzo tutte le storie finiscono. Non ci sono conti alla rovescia che iniziano nello stesso istante in cui nasce l’amore. Capii che non sarebbe stata una notte di sesso rubato a mandare a puttane la mia vita con lei.

Finale odio:

Le restituii uno sguardo gelido. Le mie paure si trasformarono in certezze, semplicemente lo perché volevo. Nessun margine per il dubbio. Un’ondata di furia cieca mi attraversò. Mi scagliai contro di lei, muto. Non dissi una parola, non emisi un verso. Nemmeno lei. Non risposi nemmeno ai Carabinieri quando vennero a prendermi. Nemmeno lei avrebbe mai più potuto rispondere a nessuna domanda.

 

 

Buongiorno

Non ci sei. Ho freddo. Ed ecco che nella mia mente si forma all’istante un rapporto di causa effetto tra le due cose. Ho freddo perché non ci sei. Stronzo. 

Sono immobile a letto. Il corpo paralizzato. Potrei accendere la termocoperta, ma, per quel che mi riguarda, l’interruttore si trova in Cina. Mi assopisco e nell’ovatta del dormiveglia mi giro sul fianco certa di trovare la tua schiena calda e profumata in cui trovare riparo. Ma non ti trovo. Dove cazzo sei? Allora, con uno scatto degno di una gazzella inseguita dal leone, faccio un balzo, mi allungo fino a stirarmi un braccio e accendo la coperta elettrica.

Sprofondo finalmente nel sonno. Con un piacevole tepore che si diffonde sotto le mie chiappe. Mi assesto sotto la coperta. Cerco le tue di chiappe, ma non le trovo. Dove cazzo sei? E quando cazzo torni? 

Deserto, dune, sole accecante e una sete arida. Ho sete. Tantissima sete. “Amore ho sete”, dico mentre mi sveglio rosolata e brasata dalla termocoperta. Silenzio. Ancora non sei tornato?? 

Mi alzo ciabattando sui miei tacchetti di piuma di struzzo, sgargarozzo una sorsata d’acqua dalla bottiglia e torno a letto. 

Dove cazzo sei?

Mi butto sul letto covando risentimento per la tua assenza che mi ha reso così penosa la nottata. 

“Amoremio, buongiorno”.

“Buongiorno un cazzo”. 

#nano

(Il nano assassino che conduce il telegiornale e alla mattina legge la notizia dell’omicidio commesso alla sera).

Il nano ha un’ossessione: il piacere. Mette annunci  in cerca di partner con inclinazioni verso la dismorfofilia. Molti si offrono. Di nascosto, vergognandosi. Incontri furtivi, nei cessi dei bar.  Qualcuno, invece, si è perfino innamorato. Gli portavano dei fiori. Come se il profumo delle rose potesse rendere romantico l’afrore di corpi che si consumano in atti che per molti hanno il sapore del disgusto e dell’orrore.

Anche il nano non ama il suo corpo; quelle fattezze che sebbene siano le sue, quelle linee che conosce così intimamente, lo lasciano sgomento. Odia quel corpo che pure gli procura così tanto godimento. 

Il ribrezzo verso se stesso, a volte, prende il sopravvento. Incapace però  di nuocere a se stesso, uccide gli amanti.

(Il nano, dopo anni di omicidi impuniti e sensi di colpa annichilenti, si sparerà una pallottola in testa in diretta al Tg). 

Pelle

– Proprio perché non dobbiamo nulla l’uno all’altra, possiamo permetterci il lusso della sincerità…

– Che vuoi dire?

– Beh, sono sempre state scoperte le mie carte. Le tue invece non le hai mai girate. Tu lo sai da chi torno quando vado via da qui.

– ma che vuoi che ti racconti!

– ce l’avrai una vita al di fuori dal tempo che trascorriamo assieme!

– lascia perdere!

– non potresti dirmi nulla che mi sconvolga!

– ne sei certa?

– sì!

-… io non ho un tempo al di fuori dal tempo che trascorro con te… tu sei il mio tempo.