Zia Emilia

Da piccola trascorrevo molti pomeriggi con la Zia Emilia. Non so perché mi avessero insegnato a chiamarla Zia; che io ricordi, non era parente di nessun membro della nostra sfilacciata famiglia. O forse ricordo male, ma quelli a cui potrei chiedere non ci sono più o non sono più in grado di ricordare.

Era una signora dal viso scavato, l’acconciatura cotonata e occhiali enormi, le lenti come televisori, che, per un bizzarro gioco di deformazioni, rendevano i suoi occhi piccolissimi.

Era sposata con lo Zio Libero, anche lui omaggiato del titolo parentale, rendendo così ancor più difficile ricostruire chi dei due avesse un qualche flebile legame di sangue con il gruppo familiare. Di lui ricordo degli incredibili pantaloni a zampa beige e il vezzo continuo di tirar fuori dal taschino un piccolo pettine con cui si sistemava in continuazione i corti capelli neri, tirandoli tutti all’indietro. A ripensarci ora, è probabile che li tingesse perché nella mia memoria gli Zii erano anziani e di certo quella chioma corvina non poteva essere naturale. O forse, gli Zii non erano così vecchi, ero io ad essere una bambina.

Si mormorava che la Zia Emilia non avesse potuto avere figli a causa di una operazione. Una una spiegazione così sommaria data ad una me di 10 anni aveva alimentato le mie fantasie più inquietanti. Mi immaginavo che avesse un buco al posto della pancia, un grande vuoto in cui nessun bimbo avrebbe potuto crescere e che la costringeva a non andare mai al mare per non far vedere a tutti questa terribile voragine. E in effetti, al mare, non mi ci hanno mai portata.

I pomeriggi trascorsi assieme erano sempre caldi, bollenti, desertici. Quelli in cui la città si svuota per le vacanze e mia madre si rintanava in casa, ammalata dal sole e dalla sola idea dell’esposizione allo iodio dell’aria di mare, che, mi spiegava, era veleno per i suoi nervi fragili. Oppressa dai sensi di colpa per costringermi ad estati da carcerata, mi affidava alle cure degli Zii per qualche ora di svago. La versione ufficiale era, però, diversa: bisognava accontentare la Zia Emilia, appagarla per qualche ora con la presenza di un bambino che lei accudiva con quella gioia e quell’entusiasmo che non aveva potuto regalare ad un figlio suo, avendo questo buco nella pancia. Mi sentivo come un lecca lecca per adulti. Bave di affetto non richiesto mi avvolgevano in quell’afa irrespirabile, rendendola ancora più vischiosa.

A volte, mi portavano in Carso, a Pesek, in una Gostilna a pochi metri dal confine. I tavoli di legno erano all’ombra di un bel pergolato che regalava ombra e frescura, bevevo un’aranciata e, mentre gli Zii chiacchieravano, davo la caccia alle formiche.

Altre volte invece, si restava in città e mi portavano in visita a casa di una loro amica che abitava vicino al Giardino Pubblico, la signora Bruna. Brunetto era il figlio della signora Bruna, un ragazzetto poco più grande di me, 12 anni o giù di lì. Non mi erano del tutto chiari nemmeno alcuni aspetti di questa parentela: come mai la mamma ed il figlio avevano lo stesso cognome? Come mai la mamma era vecchia come gli Zii e Brunetto andava appena in seconda media? Erano dubbi che tormentavano la mia ingenuità di bambina. Non riuscivo a trovare nessuna spiegazione che avesse un senso, finché un giorno la Zia Emilia, che, evidentemente, non riusciva un granché bene a conservare i segreti delle famiglie altrui come faceva invece con i suoi, mi rivelò in modo pomposo e sussiegoso che, in realtà, la Bruna era la nonna di Brunetto, madre di suo padre, che era venuto a mancare, mentre la vera mamma, dopo la morte del marito, aveva deciso di dimenticare il suo passato scegliendo un nuovo compagno, una nuova vita e, forse, un nuovo figlio. Questa storia, specificò, non doveva per nessun motivo essere rivelata al povero Brunetto che aveva già patito la perdita del papà e non avrebbe potuto sopportare anche la perdita della mamma.

Ebbene, questa vicenda mi offrì l’opportunità di dimostrarmi crudele. Quando venni portata di nuovo nella casa vicino al Giardino Pubblico, la prima cosa che feci quando rimasi da sola a giocare con Brunetto nella sua stanza affacciata sugli alberi, fu di uscirmene con la verità: “Brunetto, ma tu lo sai che quella è tua nonna??”. Del poi ricordo solo che lui corse dalla sua nonna e che io, subito dopo, venni portata via e non tornai mai più.

Nessuno parlò mai più di quell’episodio.

A me, di tanto in tanto, capita di ripensarci.

Non sono mai riuscita a spiegarmi perché lo feci.

Forse volevo solamente sperimentare la cattiveria.

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