Lucertolina

Lucertolina lucertolina

qui ti cerca la mia bambina,

con passi cauti da faina.

 

Nella mano tiene un formaggino,

così potrà arrivarti più vicino.

 

La tua coda va di moda,

ma tu, di lasciartela acchiappare, non ci vuoi proprio pensare.

A quel bel formaggino

daresti volentieri un morsichino,

ma sopra tutto ami il tuo codino.

Bimba bella,

me ne vo alla chetichella.

Il formaggino è appetitoso,

ma io ora mi riposo.

Paura 

“Non sarà una notte di sesso a mandare a puttane la tua storia. Quel che la manda a puttane è il fatto che tu pensi che una notte di sesso mandi davvero a puttane la tua storia.”Continuò a rigirare lentamente il whisky dentro al bicchiere.

“Molto probabilmente, quando capiterà che la tua donna scopi con un altro tu non lo saprai mai”, proseguì imperterrito.

Non ero così certo di voler ascoltare quel discorso, ma lui non aveva finito. Aveva giusto raccolto le idee tra un sorso di whisky e l’altro. “Probabilmente sarai al bar a fare il cazzone con gli amici, lamentandoti di quanto lei sia una enorme rompicoglioni. E nel frattempo lei, che invece i coglioni non ha proprio voglia di romperseli, se la starà spassando alla grande”.

Ci mancò poco che mi soffocassi con il mio drink.

Non potei evitare di chiedermi cosa stesse facendo lei in quel preciso istante. La possibilità che razzolasse tra le lenzuola assieme ad un altro mi mandava il sangue al cervello.

Mi guardò come se potesse leggere nella mia mente e infatti, con un sorriso irriverente sulle labbra, mi disse:” Stai tranquillo”.

Non aggiunse altro, ma il fatto che avesse intuito esattamente il tenore dei miei pensieri mi fece incazzare e sentire in imbarazzo allo stesso tempo.

Aveva ragione. Ero un iracondo accecato dalla gelosia. Mi sentivo delle molle nelle gambe. Volevo saltare in piedi e precipitarmi a casa. Con l’unica motivazione di scoprire cosa lei stesse facendo.

Non riuscii a trattenermi. Posai il bicchiere sul tavolino e balzai letteralmente in piedi.

Gli ringhiai in faccia: “Sei davvero uno stronzo”.

Mi restituì un’occhiata senza speranza, allargò le braccia per farmi capire che non aveva nulla da aggiungere.

Sapevo che aveva centrato il bersaglio, ma le mie paure erano troppo profonde per essere sradicate da un discorso di buon senso.

Montai in macchina, ma a guidare non ero io. Mi lasciai condurre dall’ansia, dalla tachicardia, dalla rabbia. Non ricordo nemmeno di preciso dove lasciai l’auto. Ero già in ascensore, quando realizzai davvero che stavo salendo da lei. Usai il mio mazzo di chiavi per entrare. Un tamburo impazzito mi batteva nel petto.

Entrai guardingo, silenzioso, scivolai verso la camera da letto da cui proveniva una lama di luce. Lei era distesa a letto con il computer acceso. Probabilmente stava lavorando a uno dei suoi racconti. Rimasi immobile a guardarla. Era così bella. Trasalì non appena percepì la mia presenza e un sorriso felice come non capita spesso di vedere si allargò sul suo viso fino renderla angelica.

Finale amore:

“Vieni a sussurrarmi dentro al collo che sono una troia” mi intimò ridendo. Per una frazione di secondo restai di sasso. Poi le saltai addosso e iniziai baciarla dappertutto. Mi stava facendo sentire come se fossi il regalo più bello che avesse mai ricevuto.  Le mie paure si dissolsero. E capii che col cazzo tutte le storie finiscono. Non ci sono conti alla rovescia che iniziano nello stesso istante in cui nasce l’amore. Capii che non sarebbe stata una notte di sesso rubato a mandare a puttane la mia vita con lei.

Finale odio:

Le restituii uno sguardo gelido. Le mie paure si trasformarono in certezze, semplicemente lo perché volevo. Nessun margine per il dubbio. Un’ondata di furia cieca mi attraversò. Mi scagliai contro di lei, muto. Non dissi una parola, non emisi un verso. Nemmeno lei. Non risposi nemmeno ai Carabinieri quando vennero a prendermi. Nemmeno lei avrebbe mai più potuto rispondere a nessuna domanda.

 

 

Buongiorno

Non ci sei. Ho freddo. Ed ecco che nella mia mente si forma all’istante un rapporto di causa effetto tra le due cose. Ho freddo perché non ci sei. Stronzo. 

Sono immobile a letto. Il corpo paralizzato. Potrei accendere la termocoperta, ma, per quel che mi riguarda, l’interruttore si trova in Cina. Mi assopisco e nell’ovatta del dormiveglia mi giro sul fianco certa di trovare la tua schiena calda e profumata in cui trovare riparo. Ma non ti trovo. Dove cazzo sei? Allora, con uno scatto degno di una gazzella inseguita dal leone, faccio un balzo, mi allungo fino a stirarmi un braccio e accendo la coperta elettrica.

Sprofondo finalmente nel sonno. Con un piacevole tepore che si diffonde sotto le mie chiappe. Mi assesto sotto la coperta. Cerco le tue di chiappe, ma non le trovo. Dove cazzo sei? E quando cazzo torni? 

Deserto, dune, sole accecante e una sete arida. Ho sete. Tantissima sete. “Amore ho sete”, dico mentre mi sveglio rosolata e brasata dalla termocoperta. Silenzio. Ancora non sei tornato?? 

Mi alzo ciabattando sui miei tacchetti di piuma di struzzo, sgargarozzo una sorsata d’acqua dalla bottiglia e torno a letto. 

Dove cazzo sei?

Mi butto sul letto covando risentimento per la tua assenza che mi ha reso così penosa la nottata. 

“Amoremio, buongiorno”.

“Buongiorno un cazzo”. 

#nano

(Il nano assassino che conduce il telegiornale e alla mattina legge la notizia dell’omicidio commesso alla sera).

Il nano ha un’ossessione: il piacere. Mette annunci  in cerca di partner con inclinazioni verso la dismorfofilia. Molti si offrono. Di nascosto, vergognandosi. Incontri furtivi, nei cessi dei bar.  Qualcuno, invece, si è perfino innamorato. Gli portavano dei fiori. Come se il profumo delle rose potesse rendere romantico l’afrore di corpi che si consumano in atti che per molti hanno il sapore del disgusto e dell’orrore.

Anche il nano non ama il suo corpo; quelle fattezze che sebbene siano le sue, quelle linee che conosce così intimamente, lo lasciano sgomento. Odia quel corpo che pure gli procura così tanto godimento. 

Il ribrezzo verso se stesso, a volte, prende il sopravvento. Incapace però  di nuocere a se stesso, uccide gli amanti.

(Il nano, dopo anni di omicidi impuniti e sensi di colpa annichilenti, si sparerà una pallottola in testa in diretta al Tg). 

Pelle

– Proprio perché non dobbiamo nulla l’uno all’altra, possiamo permetterci il lusso della sincerità…

– Che vuoi dire?

– Beh, sono sempre state scoperte le mie carte. Le tue invece non le hai mai girate. Tu lo sai da chi torno quando vado via da qui.

– ma che vuoi che ti racconti!

– ce l’avrai una vita al di fuori dal tempo che trascorriamo assieme!

– lascia perdere!

– non potresti dirmi nulla che mi sconvolga!

– ne sei certa?

– sì!

-… io non ho un tempo al di fuori dal tempo che trascorro con te… tu sei il mio tempo.

Trasparenza

TRASPARENZA

 

Ormai aveva perso tutto.

Erano trascorse alcune settimane da quando era iniziata l’angoscia. All’inizio, c’era stato solo un senso di disagio. Capitava ogni tanto, ma poi durante la giornata non ci pensava più. Il tempo scorreva a ritmi prestabiliti e costanti. Quando arrivava sera, non ricordava nemmeno. Si coricava serena. Il Gatto sulla pancia, un libro, il computer acceso sul letto, una birra svampita e calda sul comodino. Un disordine confortevole, che diventava perfetto quando le briciole dei biscotti che sgranocchiava mentre seguiva distrattamente le notizie del tiggì si spargevano dappertutto. Bastava qualche notte di riposo tranquillo e la sua vita pareva quella di sempre.

I primi a sparire erano stati i biglietti per il viaggio a Firenze.

Era tardi, aveva finito di riempire il trolley all’ultimo secondo. Non era sua abitudine fare tutto in fretta. Di solito, quando doveva partire, pianificava con attenzione i tempi. Non le piaceva per nulla anche solo rischiare di essere in ritardo. Aprì il cassetto della scrivania, era lì che li aveva riposti. Sollevò l’ultima copia di Wired e sparpagliò un mucchio di bollette. Non c’erano. O meglio: non c’erano più. Perchè erano stati lì, ne era certa. Niente. Nulla. Frugò e rovistò. Chiuse il cassetto, sbattendolo con un gesto secco. Si guardò intorno smarrita. Era tardi, mancavano meno di venti minuti alla partenza. Si torturava chiedendosi come avesse potuto perdere in questo modo la nozione del tempo e dove diamine fossero finiti i biglietti. All’improvviso i margini della stanza cominciarono a sfumare, come se stessero per dissolversi. Il suo battito cardiaco aumentò, aveva paura di sentirsi di male, doveva pensare solo a sbrigarsi, accidenti! I biglietti, quei maledetti biglietti! Cominciò a spostarsi velocemente da una stanza all’altra, rapide occhiate scandagliavano la superficie dei mobili, stava iniziando a sudare, il cuore le batteva in testa. Si fermò, appoggiò entrambe le mani sullo schienale della sedia della cucina. Le mancava il respiro. Pensò che doveva avvisare. Doveva assolutamente comunicare il suo ritardo, magari sarebbe partita col treno successivo, o al massimo, con il primo in partenza il mattino successivo. Afferrò il cellulare che stava sul bancone di granito e iniziò a digitare il numero. Le sue dita si incepparono. Cancellò e ricominiciò. Poi a ad incepparsi fu la memoria, eppure era il numero di sua sorella, l’aveva chiamata milioni di volte. Non riusciva più a capire cosa stesse succedendo. All’improvviso era scossa dai brividi, voleva gridare, ma la sua voce era roca, le corde vocali atrofizzate. Voleva uscire, correre, respirare, chiedere aiuto, ma restava immobile col cuore in gola, i respiri corti e brevi, senza riuscire ad emettere un suono. Fu invasa dal terrore, un terrore animale, di quelli che ti fanno puzzare. E fu così che, un istante prima di perdere il senno, si svegliò. Aprì gli occhi. Era a letto. Poteva sentire il ronfare placido del Gatto ai suoi piedi. Respirò profondamente e provò a schiarirsi la voce. Anche quella era a posto. Tossicchiò e poi mormorò: “Ok. Ok. Un sogno”.

Arrivò in ufficio stanca, i muscoli irrigiditi per la tensione dell’incubo da cui si era risvegliata solo poco prima. Accese il pc, alzò il telefono e cominciò a rampognare il fornitore per l’ennesimo ritardo, tra una sorsata di caffè e i buffi cenni che Stefano le stava facendo dalla scrivania di fronte. Volendo tradurre i suoi gesti, probabilmente la stava invitando a pranzo, visto che stava mimando uno che si ingozza portandosi il cibo alla bocca con due mani. Annuì sorridendo. Quel ragazzo aveva la capacità di farla ridere sempre.

“Avevi una faccia assurda stamattina!” la apostrofò, aprendo la porta del bar in cui d’abitudine ordinavano toast e birrette prima di rimettersi al lavoro.

“Mi sentivo uno straccio, in effetti… Ho fatto un sogno…ma, ora che ci penso, non ne ricordo più nulla” notò con stupore. In effetti, la cosa le pareva davvero strana. Quell’esperienza onirica l’aveva provata, fisicamente ed emotivamente, e ora non ricordava assolutamente niente.

Riprese a chiacchierare con Stefano e rimosse definitivamente l’episodio.

La settimana dopo, verso sera, aveva appuntamento per un bicchiere e due chiacchiere con Laura, amiche da quarant’anni, da sempre e per sempre, come dicevano quando scherzavano sull’inizio della loro amicizia che risaliva, appunto, alla scuola dell’infanzia, quando l’aveva trovata chiusa nella casetta di legno in giardino coi lacrimoni agli occhi, perché la maestra le aveva strappato di mano il suo orsacchiotto preferito. Le aveva offerto un fazzoletto sporco con cui soffiarsi il naso e, da quel momento, il filo di un gomitolo le aveva unite indissolubilmente. A tratti quel filo si accorciava, la frequentazione era assidua ed intensa, a volte invece si allungava a dismisura, si allontanavano, e quel filo allora diventava la garanzia per non smarrire la via. Bastava tirarlo un po’ e si sarebbero precipitate a riavvolgerlo.

Si accorse che erano le sei di sera, aveva ancora una mezz’ora per prepararsi. Infilò i jeans e andò in bagno per lavarsi i denti. Iniziò a spazzolare. Restò scioccata. Le si chiuse all’istante la bocca dello stomaco, il peso di un macigno la opprimeva. I denti si stavano staccando. Tutti. Sputava sangue e denti. Le mani le tremavano. Si voltò e, scossa dai conati, vomitò. “Cosa mi sta succedendo?” pensò. Si distese sul pavimento del bagno. Chiuse gli occhi, nella speranza che riaprendoli, si sarebbe ritrovata per magia al bar con Laura, con un ottimo negroni in mano a sparacchiare sciocchezze in assoluta spensieratezza. Gli occhi, però, non riusciva più a riaprili. Era lì, lucida, voleva spalancare le palpebre, ma non c’era verso. Incollate. Vedeva il bagno intorno a se, l’accappatoio nero appeso alla porta, la collezione di creme sul lavandino e perfino quella piastrella che si era sbeccata la volta che aveva fatto cadere il bruciatore per l’incenso. “Come posso avere gli occhi serrati e allo stesso tempo posare lo sguardo sugli oggetti del mio bagno?”. Le sembrava di impazzire. L’aria non entrava nei polmoni e, di nuovo, come la settimana precedente, voleva urlare, urlare fortissimo, senza riuscirci. Sentiva le lacrime salire e provò ad alzarsi, ma nemmeno il corpo rispondeva alla sua volontà. Poteva vedersi mentre si aggrappava al lavandino, cercando un appiglio per aiutarsi a tirarsi in piedi, ma in realtà quel gesto non lo stava compiendo davvero. Era ciò che desiderava, ma in realtà era paralizzata. Sentì il familiare trillo del cellulare e si tirò su di botto. Era a letto. Evidentemente si era appisolata scorrendo le ultime notizie su Facebook Per prima cosa, passò la lingua sui denti per controllare che fosse tutto a posto. C’erano tutti. Per sicurezza ci fece scorrere sopra anche la punta dell’indice. Esplose in un pianto a dirotto, sconvolta. Rispose all’amica, che stava avvisando dei suoi consueti dieci minuti di ritardo, chiedendole di passare su da lei. In quel momento non se la sentiva proprio di uscire.

Si alzò velocemente, non si sentiva a suo agio a letto, si fece una rapida doccia e si sistemò un po’.

“Ehi, ma che succede?”, fece Laura entrando in casa. Si guardava intorno a cercare le tracce di qualche principio di incendio o di qualche allagamento, convinta che l’allarme che aveva notato nella sua voce quando le aveva telefonato poco prima fosse stato dettato da qualche emergenza di carattere domestico.

“Tutto a posto, davvero.. E’ solo che mi sono addormentata senza accorgermene e ho fatto un sogno…”.

“Dio mio, sei sempre la solita, tu non è che dormi per riposare quando serve, vai in letargo, cavolo!” sorrise ironica.

“Ma no, è che ho fatto un brutto sogno e non riuscivo a levarmelo di dosso” rispose quasi in imbarazzo. All’improvviso si sentiva una sciocca per essersi spaventata così tanto. “Dai, se mi aspetti un attimo, mi metto qualcosa e siamo ancora in tempo per il nostro aperitivo. Mi sento molto meglio ora”, aggiunse.

 

La serata trascorse tra risate e confidenze, ma, di tanto in tanto, si sorprendeva a controllare di avere ancora tutti denti.

“Vuoi che ti accompagni?”, evidentemente Laura si era accorta della sua inquietudine.

“Non serve, grazie. Anzi, due passi mi faranno bene!”. Lentamente si incamminò verso casa. In realtà non aveva voglia di tornare, l’idea di rimettersi a letto non le piaceva per nulla.

Per prima cosa, entrando in salotto, cercò il Gatto e se lo prese in braccio. “Bravo Gatto, vieni qui, fammi le coccole”, gli sussurrava all’orecchio mentre lo grattava forte sul collo. Si accoccolò sulla poltrona in camera, senza nemmeno spogliarsi, scalciò via solamente gli stivaletti. In quella strana serata decise di farsi accompagnare dalle note di Sakamoto e incredibilmente dopo pochi minuti scivolò in un sonno profondo e ristoratore. L’alba e il mal di schiena la sorpresero che era ancora sulla poltrona.

La vita riprese a scorrere esattamente come prima. O forse non proprio esattamente. Quei sogni le avevano lasciato dei residui collosi addosso. Capitava che si sorprendesse a controllare più volte dove avesse appoggiato le chiavi o le bollette, per imprimersi bene nella memoria la loro posizione. Altre volte si soffermava a rimirarsi i denti allo specchio, come se temesse davvero che potessero cadere tutti assieme.

Il giorno successivo avrebbe avuto una importante riunione di coordinamento con Stefano e il loro responsabile, il dottor Sabini. La sera scivolò nel sonno rapidamente, le palpebre si chiudevano sui versi della Szymborska e lei si abbandonò a un riposo che fu, di nuovo, appagante e rigenerante. Al mattino si svegliò energetica e grintosa. Arrivò in ufficio pochi minuti prima dell’inizio della riunione. Salutò Sara, che stava alla reception, ma quella non la degnò di uno sguardo perché stava già rispondendo a due chiamate contemporaneamente. Stefano e il gran capo erano in sala riunioni per scambiarsi i convenevoli di rito. Si affrettò a lasciare la borsa sulla sua scrivania, nel frattempo chiese a Lara, l’altra collega dell’ufficio acquisti, dove avesse messo il dossier che le serviva per l’incontro. Sara però non le rispose; pensò che doveva aver di nuovo litigato col fidanzato, diede un’occhiata all’etagere e trovò subito il faldone che le serviva. Lo afferrò, ma in quell’istante suonò il telefono.

“Ufficio Acquisti, buongiorno!” rispose con tono professionale.

“Pronto?”

“Sì, buongiorno, mi dica.”

“Pronto?” continuarono a ripetere dall’altro capo del filo, “dev’esserci un problema di linea” sentì aggiungere dallo sconosciuto.

“Io la sento perfettamente…”, ma la comunicazione venne interrotta.

Capitava che i telefoni non funzionassero sempre benissimo, appoggiò la cornetta e si diresse verso la sala riunioni. Dalla porta a vetri vide il gran capo con la faccia piuttosto scura e Stefano rintanato su una sedia come se avesse voluto sprofondarvi dento. Bussò leggermente e, senza attendere una risposta, entrò.

“Buongiorno! Scusatemi per il ritardo.”

Nessuno le rispose. Il dottor Sabini continuava a fissare Stefano, il quale stava sciorinando una serie di dati come una litania.

“A che punto siete arrivati?” aggiunse, ma Stefano continuava concentratissimo nell’elencazione dei numeri. Rimase un po’ perplessa e immaginò che le cose non dovevano essere partite con il piede giusto. Scostò una sedia dal tavolo di cristallo e prese posto anche lei. Nessuno dei due uomini la degnò di un’occhiata e continuarono come se lei non ci fosse.

Quando il collega arrivò ad elencare le cifre della ditta Vecchio, si alzò in piedi.

“Scusatemi, ma qui devo intervenire per una precisazione, visto che questi clienti li ho seguiti in modo particolare”.

Niente. Non successe niente. La ignorarono. Per una frazione di secondo pensò che le stessero facendo uno scherzo, ma la ragione le suggerì che il dottor Sabini non era affatto un buontempone, men che meno sul posto di lavoro. Cominciò a girare intorno al tavolo. Un senso di angoscia crescente le stava montando dentro al petto. Si parò davanti a Stefano in modo che non potesse non vederla. Non spostò lo sguardo di un millimetro. In preda al panico, lo afferrò per le spalle scuotendolo, ma non successe assolutamente nulla.

“Cazzo, ma vi siete drogati, che vi succede?!” urlò “sono quiiiii!”.

“Porca puttana” sbraitò a quel punto “SO-NO QUI-I!” scandì esasperata.

Corse fuori dalla stanza, lasciò la porta spalancata, recuperò la sua borsetta e attraversò l’intero openspace verso l’uscita senza che nessuno battesse ciglio. Decise che l’unica cosa sensata da fare fosse correre da Laura che lavorava in un salone di bellezza vicino al fiume a non troppa distanza da lì. Corse a perdifiato. Le pareva di essere sospesa in una bolla e pensava che la sua amica avrebbe potuto dare una tiratina al famoso filo che le univa e tutto quello che stava accadendo avrebbe trovato una logica spiegazione.

Quando entrò nel salone la testa le ronzava e le gambe le tremavano, non avrebbe saputo dire se per la corsa o per la paura che la stava divorando.

Laura era chinata verso una cliente a cui stava applicando lo smalto.

Con un filo di voce mormorò: “Laura…”. E mentre si aggrappava a quel nome come fosse la sua ancora di salvezza, saliva la consapevolezza che Laura non l’avrebbe sentita.

Si accasciò lungo la colonna che stava al centro del negozio. Annichilita.

Il suo incubo era entrato dentro la sua vita e lei non avrebbe più potuto trovare l’uscita.

Era diventata trasparente.

 

 

Il distacco

Piano piano gli mostrerai l’assurdità delle sue affermazioni o prese di posizione senza dirgli che sono assurde. La presa di coscienza è la punizione peggiore.

Prendere coscienza presuppone la voglia di riavvolgere il nastro e guardarlo con occhi nuovi. Non ne avrà mai desiderio o un motivo per farlo. Semplicemente non ci penserà nemmeno.

Allora arriverà il distacco. Non ti importerà più nulla di avere qualcuno dalla tua parte. Ci stai già tu, dalla tua. E, non imbarazzarti, sei talmente esuberante ed ingombrante, veemente e brillante, che di spazio ne lasci poco accanto a te. Anche se, ma lo sai già, io mi ci stringerei volentieri in quella fettina di ombra che proietti con quelle ossa magre.

Anche tu lo sai già che non voglio. Perché continui a ripetermelo. A distanza di anni, e cioè la cadenza tipica dei nostri incontri, non manchi di dirmelo. La verità è che, ormai, mi sono distaccata anche te.

Vuoi dirmi che il mio essere qui adesso, ascoltarti, capirti, parlarti non ha più alcun valore per te?

Poco. Lo stesso che darei al conoscente che si ferma al bar, di fretta, con l’ombrello sottobraccio e il giornale stropicciato nell’altra mano, a salutarmi un attimo, a dirmi che mi trova bene e che spera di rivedermi presto.

Allora vado.

Non rispose. Lo guardò allontanarsi. E nello stesso istante riprendeva l’attesa senza ansia del loro prossimo incontro.